giovedì 28 maggio 2009

Cadere da una palma


Ho visto Keith, con la camicia a fiori e le ciabatte. Si accompagnava con nipoti o figli, non ricordo. Un impiegato di un ufficio di provincia con le sue ferie d'agosto. Poi ho visto Keith addormentarsi mentre lo intervistavano, come una manovale al bar dopo una dura giornata di lavoro. Keith è un operaio, un uomo che ti apre la porta in canottiera, uno che porta a spasso il cane la sera. Keith siamo noi. Tutto quello che noi speravamo per il rock, rimane nelle mani di Keith. In questi anni-secoli di musica, indenne e corazzato contro ogni tipo di esperienza, Keith ha sorvolato le morti dei suoi amici come una cornacchia malnutrita, guardando la strage sotto di lui, senza che la storia lo toccasse minimamente. Ha sopportato l'assenza di Brian, ha regolato le volate di Mick. C'è una sola differenza : se levate Mick a Keith, Keith fa ottimi dischi, se fate il contrario, Mick è un uomo perduto, tanto che il diavolo è tentato di restituirgli l'anima. Il più grande motore della leggenda che amiamo, si regge su due gambe secche e vagamente pelose. Dalla sua Tele a cinque corde ( il Mi cantino lo ha levato perchè - dice lui - ad un chitarrista ritmico non serve) si ergono le lezioni dei riff di granito. Quando forgiò "Start me up", fu capace di stare quasi due giorni su quel giro in studio di registrazione. Tira su quel braccio in levare, come la chitarra scottasse, la paletta ingiallita dalla sigaretta tra le corde, risata da finto coglione, manda avanti Jagger a prendersi la sua inutile gloria ( avete capito che non amo jagger). Solo un altro individuo può tenere testa a Keith: Pete Townshend. Degli altri, poco ci frega.

lunedì 18 maggio 2009


Sotto la luna nuova ed un cattivo whisky, si leva lentamente il naso da pagliaccio. Lacrime sulla camicia bianca, gli scolano il trucco in rivoli nerastri. Ride ancora, quando il principino appare sullo schermo, le orecchie a sventola ed un vago rossore da porcaro dello Staffordshire. Sono giacche strette, scarpe di vernice, chitarre americane accordate all’uopo. Tuttavia, sullo scaffale ancora quei quarantacinque giri consumati, tra cicche e vecchi MM. “Declan” - lo chiama la mamma da basso - “Vatti a lavare è pronto in tavola!”. Nella grigia casa a schiera, dove muoiono le speranze dei padri siderurgici, l’allampanato ragazzino sta ancora lì a chiedersi la differenza tra i Kinks e gli Who e come abbia fatto la ragazza di Daltrey a lasciare il cantante per un ortonese dall’abbronzatura facile. “E’ sera, andiamo, le Attrazioni ci aspettano in sala prove. Non lì deluderei se fossi in te”. Lo accompagna una vocina stridula.: forse un Ringo Starr pupazzo sul comodino o lo gnomo di Keith Moon… Declan è uno che con gli orari non ci sta proprio, a forza di prendere a pugni orologi e di accendere fuochi d’artificio in casa , la mamma lo ha preso per pazzo. “Finirai nelle forze armate!” - gli urla la vecchia. Ma Declan non è uomo violento. Sì, una volta, ubriaco, si mise ad offendere negri, ma che volete farci è sempre il nostro piccolo angelo. Ora la luna si sposta filtrando dalle vetrate unte della sua stanza, dalle pareti piene di ritagli di Hank Williams. Non mi piacciono i long playing, “I can’t explain” quello che sento dentro, tutto è troppo lungo, ma un giorno anche una sola canzone non basterà più. “Mamma, esco adesso, sono bello come una rosa, ho spine da pungermi, mischierai il mio sangue con il cioccolato

giovedì 7 maggio 2009

Il Manuale di quello che è stato


Mi rinchiusi nella vecchia casa dei nonni, per una ventina di giorni, nell'estate del 1990. Un vecchio edificio in pietra della Majella, con una torre di vedetta che si affacciava sulla valle, verso il lago. In quel luogo, che era stato una vecchia osteria, respiravo ancora la storia della mia famiglia, sentendo sotto i miei piedi il monolite della stirpe e della inamovibilità delle cose. Volevo fare manutenzione, in una sorta di riconoscenza rispetto verso gli avi, che tanta fatica avevano fatto nel costruire quel caseggiato. Nella quiete del paese, interdetto al traffico veicolare e nel quale, il tempo era scandito dalla vecchia campane della chiesa, avevo un solo compagno: il registratore. Da Ortona mi ero portato due cassette: una era il disco di esordio come solista di Steve Wynn (Dream Syindicate) e l'altra era il disco solista di Bob Mould (Husker Du). Così mentre lavoravo a tinteggiature, pitturazioni, serrature, tubazioni, porte, finestre, cantine in disordine, quella era la mia colonna sonora. Non tardai molto ad esprimere la mia prefernza verso il disco di Mould. Capivo e le condizioni nelle quali era nato quel disco. lo scioglimento degli Husker Du, le incomprensioni con Hart, sempre più preso dall'eroina, il bisogno di stabilire dei silenzi, dopo l'uragano elettrico di uno dei due gruppi punk da me preferiti di sempre (l'altro erano gli X). "Workbook" era un disco acustico, vagamente crepuscolare, pieno della consapevolezza di una gioventù agli sgoccioli. Io avevo 22 anni e non riuscivo a comprendere completamente cosa volesse dire, diventare adulti. Questo disco mi aiutò molto, mi donò la capacità di vivere quel tempo, sapendo che sarebbe stato quello in quel momento e mai più. Grazie alla pratica "Zen" dei lavori di casa, riuscì a dare una dimensione alle ore, anche senza l'orologio. Il disco di Mould non era un vero capolavoro, intendiamoci. Sono pronto a scommettere però, che ognuno di voi conserva nella memoria, dischi imperfetti musicalmente, ma perfetti per determinate fasi della propria vita. Riesco a conservare il ricordo, dunque, il ricordo del periodo legato a quel disco.