venerdì 25 gennaio 2013

I migliori chitarristi ortonesi



Di solito non parlo degli altri chitarristi. Il chitarrista non è un individuo appartenente alla categoria delle "brave persone". Non completamente, almeno. Tutti non chitarristi, sappiamo fin dal primo giorno in cui prendiamo la chitarra in mano, che la nostra vita di axeman sarà speciale, diversa dalle altre. Le nostre certezze possono essere riassunte in vari punti fissi, come assiomi già dimostrati o dogmi non disgregabili da dubbi od incertezze.  Parlerò in prima persona e sono sicuro che molti chitarristi capiranno cosa intendo. Punto primo: sono il miglior chitarrista che ci sia in circolazione. Non importa quello che fanno gli altri, anche se sono più veloci di Malmsteen, più funambolici di Vai, più geniali di Zappa, più tecnologici di Bill Frisell, perchè io ho qualcosa di speciale anche se adesso non ho tempo di esprimere le mie potenzialità. Punto secondo: parlo bene degli altri chitarristi per cortesia ma, quando mi chiedono un parere, passo lentamente dall'elogio alla stroncatura tramite la tecnica dell'insinuazione-dubbio. Punto terzo: se vedo un chitarrista fare un assolo da manuale, sono capace di negare anche l'evidenza. Punto quarto: la chitarra che ho e l'attrezzatura che ho sono il top, anche se il mio suono è simile a quello di una canna spaccata. Ultimo punto: anche se suoniamo insieme in un apparente contesto musicalmente democratico, primo o poi alzo il volume del mio ampli e ti sotterro. Detto questo, i chitarristi non potranno mai essere amici tra loro a meno che uno dei due non decida di cambiare strumento. Così per stilare la classifica di quelli che reputo essere i migliori chitarristi oggi in circolazione ad Ortona, devo effettuare un'operazione molto semplice: escludere totalmente che io sia un chitarrista. Potrebbe anche essere plausibile, dato che la mia chitarra ha iniziato, negli ultimi anni e specialmente negli ultimi mesi, a prendere sempre più polvere sopra al treppiedi.
Prima di iniziare vorrei specificare che per me un chitarrista è bravo quando può avere una delle seguenti qualità oppure le stesse qualità combinate in varie maniere: tecnica, suono, idee, sensibilità, adattabilità, cultura dello strumento, cultura musicale trasportata in musica, creatività, presenza scenica.
Inizierei da quelli più “anziani” in attività’. Tre sono per me i senatori della chitarra ortonese: Sergio Civitarese, Walter Saba e Sauro Grumelli. Del primo posso solo menzionare l’enorme conoscenza del repertorio rock. Con Sergio si può suonare tutto dal 1980 in giù. Una cultura enciclopedica, una sicurezza per gli altri musicisti. Questo è un chitarrista che ti para il culo in ogni occasione. Walter Saba è il chitarrista dell’imprevedibile: dotato di gusto raffinato nei solo melodici e capace di affrontare brani senza conoscerli. Walter è il chitarrista delle jam. Puoi accennare un motivo improvvisato e Walter ti segue, solo guardando il cambiamento delle espressioni sul tuo viso. Instancabile guitar barman. Sauro è un Neil Young dal suono secco definito a tratti nervoso, dall’accordo calibrato e cristallino. Sauro è il chitarrista – impressionista.
Arriviamo velocemente al quartetto dei master: Cesare Paolini, Francesco Olivieri , Augusto Miccoli e Nico Marino. Cesare è rock italiano, per eccellenza. Potrebbe essere un Dodi Battaglia, un Poggipollini ,un Solieri, ma è un accademico della chitarra acustica con grande conoscenza dei brani. A tratti imprevedibile, riesce sempre a darti l’accordo migliore nelle trasposizioni. Francesco Olivieri è la chitarra moderna per eccellenza. Grande esecutore di Satriani, Vai e Van Halen, ha una collezione incredibile di chitarre che riesce scambiare con altri maniaci a gran velocità. Grandi capacità didattiche lo rendono perfetto per l’insegnamento ai ragazzi. I suoi alunni raggiungono ottimi risultati in poco tempo. Non ama i vecchi chitarristi e la chitarra suonata con le dita. Augusto Miccoli è il chitarrista completo. Riesce a passare dall’heavy metal alla musica napoletana, al jazz, cambiando strumento, suono e tecniche in poco tempo. Per Nico Marino il discorso potrebbe essere simile a quello di Augusto anche se Nico predilige molto la personalizzazione di brani conosciuti, utilizzando strumenti acustici o classici. Ottimo gusto nei solo.
Arriviamo agli junior: Alberto Soraci, Leonardo Antonelli, Lorenzo Di Deo e Angelo Di Nunzio.
Alberto è il talento per eccellenza. Polistrumentista, arrangiatore. Sta scoprendo le delizie del lap steel. Uscito come Leonardo e Lorenzo, dalla scuola di Francesco Olivieri, ha completato il repertorio chitarristico grazie ad altri modelli di riferimento, tra questi Knopfler o Landreth. Stesso discorso per Leonardo Antonelli, con l’aggiunta di una maggiore cattiveria e velocità in alcuno solo. Per Lorenzo vale il discorso dei primi due anche se il ragazzo sta scoprendo una dimensione più intimista della chitarra. Questo è un aspetto che lo rende molto simile a me, per certi versi. Angelo ha il dono di essere rigoroso nel cercare le sonorità adatte al genere musicale che ama di più: il rock anni '60/70. E' un chitarrista essenziale , dotato di buon gusto. Oltre al rock ha un progetto parallelo nel quale esplica la sua fertilissima vena reativa ed è conosciuto anche fuori Abruzzo. E' un piacere suonare con lui.
Ok spero di non aver fatto torto a nessuno, oppure no?

martedì 9 ottobre 2012

Vadano in culo gli Zeppelin

E' accaduto. Dopo tre anni di ripensamenti, abbandoni, riprese, ho finalmente mandato affanculo Zeppelin e dintorni. Non l'ho fatto con cattiveria ma con la consapevolezza di chi, dopo aver masticato il cosiddetto "rock classico" per anni, non può passare il resto della sua vita a manipolare cadaveri. Ho conosciuto persone capaci di vivere, già avanti con gli anni, solo per il ricordo di quello che fu e coltivare questi frammenti di memoria come l'ambrosia degli dei immortali a coprire tutto il nuovo che si  presentava loro sotto il naso. Sono questi i nostalgici degli anni  '60, dei '70, degli '80. Non ho mai visto in loro un barlume di curiosità per il nuovo, per l'inatteso, ma sempre un continuo rifugiarsi negli assoli di Gilmour o nell'inno americano di Hendrix a Woodstock. Alcuni a fantasticare della vita "libera" degli hippie, altri a glorificare le pistole cariche di Cobain. Ho deciso: è stato bello ma ora basta. Metto nella cantina della memoria il vecchio e vado avanti. Lo devo fare perchè questo essere "fedeli ai classici" mi ha fatto perdere il treno dei chitarristi. Mi sono reso conto che il mio modo di suonare non è solo superato, è inadeguato. Oggi la tecnica si è molto sviluppata, non in termini di velocità o funambolismo, ma dal punto di vista della cura nello studio dello strumento. Ancorandomi al mestiere di chi suona da tanti anni, mi sono illuso di poter ricavare un posto speciale nella piccola cerchia dei musicisti locali ed ho dovuto constatare la mia incapacità di competere perfino con i quindicenni. Sono stati belli questi 32 anni passati con la chitarra, ma ho capito che posso avere solo un posto rigidamente definito nel settore, non posso pretendere di più. Penso che questo mio limite sia proprio colpa dell'attaccamento al "vecchio stile", un attaccamento ostinato e talvolta stupido. Non voglio più sentire parlare di "era meglio prima", non si può morire di nostalgia, almeno io no.

giovedì 9 febbraio 2012

Quello che non è stato

Sono riuscito, dopo vari tentativi, ad inziare un lungo lavoro di passaggio della musica che ho composto, dal mio vecchio multitracce Fostex x-28h, al cubase che ho installato sul computer. Il lavoro è molto lungo e la sequenza dei brani, va da fine 1987 fino alla settimana scorsa. Se si esclude il mio disco uscito nel 2007, tutti i brani sono inediti e raramente suonati dal vivo. Le prime realizzazioni le ho registrate utilizzando il metodo dei registratori " a cascata". La qualità sonora è terribile e sicuramente il riportarli in digitale non contribuirà alla loro rianimazione. Tuttavia questa operazione che è sempre risultata laboriosa e che è stata tentata negli anni, con molta faticosa e poca soddisfazione, potrà farmi capire quello che è stata la mia vita musicale in questo quarto di secolo. Ho sempre pensato alla chitarra come ad uno strumento per creare. La prima cosa che feci, la sera antecedente la prima lezione di chitarra della mia vita, avendo una chitarra prestata da un vicino, fu quella di registrare delle cose con un vecchio Hitachi mono, inventando delle sequenza su singole corde ( siamo nel dicembre del 1981). Durante i primi anni di studio, raramente mi capitava di passare il tempo suonando brani di autori conosciuti. Quello che mi interessava era inventare arpeggi, melodie, giri di accordi. Spesso mi veniva chiesto di portare la chitarra nelle feste tra ragazzi e a queste richieste opponevo un cortese rifiuto: non avrei saputo riprodurre alcun brano di Battisti, dei Pink Floyd o di De Andrè. Ho seguito l'iter contrario a quello dei chitarristi adolescenti: suonare per acchiappare. Ho iniziato a sviluppare la dimensione della chitarra come momento per dialogare con me stesso lasciando gli altri fuori. Così questi brani hanno rappresentato emozioni speranze, amarezze, tentativi, ricerche, progetti che hanno scritto la mia storia. Non mi importa se questa storia non mi ha visto diventare famoso, ma è la mia storia. Ora è il giudizio su me stesso quello che conta: ascoltare per capire cosa avrebbe potuto essere e non è stato. Non so se questo giudizio lo possa dare solo io; in ogni caso sto mettendo nero su bianco la quantità elefantiaca di brani di musica acustica, brani cantati, bozze di brani elettrici compiuti con testo ed arrangiamenti, brani nper spettacoli teatrali, interi albun fatti per scherzare con gli amici, registrazioni live irripetibili, registrazioni con band che mai più torneranno insieme e di band che non avrebbero mai pensato di tornare insieme. Quello che non è stato forse non lo capirò mai, ma quello che è stato è qui e lo sto ascoltando ora.

domenica 13 dicembre 2009

Gli artisti più sfigati della storia del rock


1 - Def Leppard
2 - Lynyrd Skynyrd
3 - Buddy Holly & Richie Valens
4 - Guido Toffoletti
5 - Allman Brothers
6 - Pete Best
7 - Southside Johnny
8 - Ted Hawkins
9 - Eddie Cochran & Gene Vincent
10 - John Campbell

sabato 7 novembre 2009

I gruppi inutili nella storia del rock



Forse le band la cui assenza, non avrebbe cambiato di un cm la storia del rock.
1 - Queen
2 -Extreme
3 -Slade
4 -Dream Theater
5 -Cult
6 - Mister Mister
7 - Tangerine dream
8 -Plastic Ono Band
9 -Killers
10 -Offspring

martedì 13 ottobre 2009

Le canzoni che non posso più ascoltare ( Parte prima


Ci sono delle canzoni che non riesco più ad ascoltare. Si stringe un nodo nella gola, devo staccare lo stereo. Non ce la faccio. Alcune non sono dei capolavori, ma ognuno, penso, abbia una lista personale di brani che lo legano a determinate situazioni.

1 - Over and over again - Neil Young
2 - My sweet lord - George Harrison
3 - Prove it all night - Bruce Springsteen
4 - Into the mystic - Van Morrison
5 - Green-eyed girl - Ted Hawkins
6 - Sinner and their repentances - Bob Mould
7 - Qualsiasi cosa scritta da Gene Clark
8 - Visions - Stevie Wonder
9 - Stood up - John Hiatt
10 - River of tears - Mink De Ville
11 - Jealous Guy - John Lennon
12 - Series of dreams - Bob Dylan
13 - Here comes my girl - Tom Petty
14 - Take my hand - Los Lobos
15 - The rain song - Led Zeppelin
16 - Cometa Rossa - Area
17 - Indoor fireworks - Elvis Costello
18 - Goin'mobile - The Who
19 - Jesus he knows me - Phil Collins
20 - Wined & dined - Syd Barrett
21 - Run to me - Bee Gees
22 - Telegraph Road - Dire Straits
23 - The Lee shore - Crosby, Stills, Nash & Young
24 - In un palazzo di giustizia - Piero Ciampi
25 - You can't always get what you want - Rolling Stones
26 - Sweet Marie -Hothouse flowers
27 - The whole point of no return - Style Council
28 - Hallowed be thy name - Iron Maiden
29 - Jigsaw - Marillion
30 - Love will tear us apart - Joy Division



Siena Palio 2001
foto Gianluca Di Renzo

giovedì 17 settembre 2009

Sogni asciutti


Seduto sulla vecchia panchina scrostata di verde, lungo l'affaccio ad oriente, sul mare, nella mia città, un ragazzo sogna altri mondi, altre città. Sogni di adolescente. Un modo per aggrapparsi, ad altri mari, altre terre altri suoni. Questo ragazzo sfoglia un giornale, uno di quelli che era raro trovare nelle edicole di provincia negli anni '80. Il giornale ha il nome di un noto film western di Peckinpah, ma al ragazzo questo non importare più di tanto. Tra le pagine opache del giornale, spunta la figura di un ragazzo allampanato, una specie di Bowie in astinenza: Jim Carroll. Non desta particolare attenzione, il ragazzo, alle parole dell'articolo, ma qualcosa rimane, quel giorno. Forse l'aria di primavera mista all'adolescenza, forse il ricordo di un periodo in cui tutta la musica era una nuova scoperta, ogni giorno. Rimane nella mente il volto di Jim. Anni dopo, nella bagarre di un negozio di dischi in dismissione, il ragazzo, ormai uomo, trova alcuni vinili. Tre dischi di Jim Carroll. Avanzi di uno scaffale nel quale il venditore aveva avuto la pretesa di capire il rock. Il ragazzo uomo porta i dischi a casa. I dischi rivelano quello che, anni prima, il giornale non avrebbe potuto spiegare. Manca qualcosa, però. Allora il ragazzo uomo tenta di conoscere Jim. Ma Jim è lontano. Passano altri anni. L'uomo non più ragazzo, primi peli bianchi sulla barba. Riesce a trovare un paio di libri di Jim: sono alcuni diari ed un libro di poesie. Il cerchio si chiude. L'uomo si siede sulla stessa panchina di venticinque anni prima, davanti allo stesso mare, sull'affaccio ad oriente, sognando ancora altre terre ed altri suoni.

mercoledì 19 agosto 2009

Willy


Quando gli ultimi frammenti di giovinezza, saranno spenti, coperti dai peli di una barba sempre più bianca, i ricordi verranno arrotondati come l'acqua fa con i ciottoli del fiume. Allora nella nebbia, riuscirò a spillare gli attimi delle canzoni sulla mia pelle tirata e fresca, sui miei muscoli turgidi, sulle notti a cantare in cima di porto, sulle corse veloci e sugli amplificatori che fanno rumore di massa. Avrò in mente un tipo allampanato, vestito come una di quelle madonne nelle teche di vetro, di quelle che mia nonna teneva sul settimino, tra l'odore della naftalina e delle vetuste ciprie, un soggetto poco raccomandabile, se incontrato nei bar di New Orleans, ai bordi di un biliardo, pronto a scroccare le cicche dei giocatori, una spia, uno che fa le soffiate. Questo tizio ha i segreti nascosti nel suo cuore. Ama la donna che si affaccia al balcone di fronte la sua finestra ed ogni sera, le scrive una canzone, che lei ascolta attraverso le persiane , mentre accoglie i clienti sul suo letto. Il tizio spera e si strugge, tanto che si consuma d'amore come un fiammifero al vento. Oppure lo vedo ubriaco, ebbro, mentre balla solo nella piazza del paese, alla festa del santo. Lo troveranno, la mattina dopo, accoltellato a morte per aver rotto le scatole alla donna del boss. Questo è il mio ricordo, ma non è e non sarà la verità. Sarà quello che i miei pensieri avranno voluto creare in questi anni per Willy De Ville. Addio, Chico.

giovedì 16 luglio 2009

Andai 1993


Ero preparato, perché l’età lo imponeva. I miei compagni erano tutti più anziani. Avevano sudato tutto l’inverno per avere una forma fisica soddisfacente. Io no, ero nucleare. Studiai lo zaino con attenzione. I grammi, il necessario per la sopravvivenza, per la sussistenza, per la mia esistenza. Passai la notte a scoreggiare nel furgone, tendendo agguati ai miei compagni addormentati. Solo un imbuto. Il traforo del Monte Bianco infinito, con il rumore del motore a rimbombare sulle pareti curve. Salimmo carichi, dopo un pessimo caffè francese. Nei riflessi opachi della roccia rossastra, i suoni dei nostri moschettoni, il fruscio degli abiti, il frantumare degli scarponi sulle pietre. Un rifugio. Dormii tra le voci straniere di cento alpinisti del mondo. Sotto un vento sferzante, cadevano dal colatoio gli enormi massi a minacciare gli alpinisti. La tempesta si avvicinava. Ci chiudemmo nel bungalow d’alta quota, sull’ultimo lembo di roccia. Alle spalle, la lingua di ghiaccio incombeva. Di notte un fulmine colpii il tetto, piegando l’antenna. Nella sosta forzata, si udii il rantolo di sventurati alpinisti in preda all’edema. Il giorno di attesa tra i mugugni dei compagni.Poi un tramonto lungo sulla Francia. Le nuvole come lenzuola, strofinavano i fianchi delle montagne. Rumori, suoni, voci, sibili. Fu a mattina che salii sulla vedetta di ghiaccio, nel vento teso che trasformava il respiro in brina. Nel bianco assoluto della distesa, le montagne riempivano gli occhi. Un deserto candido con le macchie rossastre dei picchi e delle vette. Fu allora che estrassi il pacchetto che avevo celato gelosamente alle intemperie. Dentro c’era un walkman. Misi la cuffia nel bagliore accecante dei riflessi. Lì, basito dall’ambiente, partirono le note dell’unica canzone presente sul nastro: “Sugar mama” di John Lee Hooker. L’indomani sarei salito sulla vetta del Monte Bianco. Dopo aver ascoltato quella canzone in quel posto, avrei potuto benissimo accontentarmi

domenica 21 giugno 2009

Estate per sempre


Mi tolgo la vita sulle note di Bob Seger. Non mi è rimasto molto della musica. Tento di raschiare fondi di barili, avanzi di magazzino, resti della festa. Sono qui seduto al computer, con le palle sudaticce, a cercare nella rete un nuovo idolo per la mia età non più giovane. Trovo, invece, vecchi rocker, antiche mummie, croste di padre Pio, cadaveri di cantanti, corse contromano di chitarristi alcolisti, vergognose baldracche, con le vasche piene di pessimo whisky. Quanto tempo è passato, quanto nastro magnetico, sbattuto da una macchina in corsa, a svolgersi sulla strada verso il mare. Sulla spalla porto una radio mono, contro l’orecchio l’altoparlante con i Pink a palla, due sandali pieni di sabbia, ed un sole oltre la collina di tufo. Correvo, tra gli scaffali, di discount estivi, dove si ammucchiavano dischi di Villa e dei Doors a “Prezzo Gentile”. Non rimane nulla, quando Bob Seger sembrava un cafone con un taglio di capelli del kazzo e una diet Coke nella mano destra. Passano oggi le nuvole, tra le sputazze di pioggia a chiamare i morti nel Nirvana dei chitarristi sui poster della mia vecchia camera. Bon Scott mi guardava senza intuire della sua morte ed io lo salutavo come si onora un nuovo culto. Piove ancora sugli Style Council, sul vecchio bootleg di Springsteen, sulla figa di Wendy O’Williams, sulla punta della lingua di Lemmy, sul culo di Lita Ford. Regali se ne facevano, oh si! C’era, sotto l’ascella, un Quadrophenia, avvolto ancora nella plastica, aspettando che il negozio di elettronica aprisse, dopo le vacanze estive, per comprare una nuova puntina per il giradischi. Dal campo vicino al luogo dove lavoro, una mietitrebbia mi butta l’odore del grano appena tagliato misto allo stallatico: è l’odore degli Y&T dopo la seconda Liceo, quando l’estate era tutto e potevi sperare nell’amore di una ragazza qualsiasi. Prove it all night! Prove it all night! Si fermano le gocce…Catch the Rainbow! Non è tempo per le stesse cose, è tempo per raccontare ad un altro, l’odore della musica, la grande voglia di figa in quattro quarti, le cassette per acchiappare, i dischi da consumare, quelli brutti da gettare contro la parete del vicino antipatico, le copie del Mucchio lette e rilette . Ancora estate. Evviva Santana!


mercoledì 10 giugno 2009

Gli Who ed il fustino del Dash


Il ricordo degli Who è associato all’odore del Dash.
Ho quattordici anni e siamo immersi tutti negli anni ‘80 fino al collo. Il mondo, la mia città, mi appaiono più grandi, più vaste, inesplorate. Sono un ragazzo al primo amore con la musica rock. Ci sono dei pomeriggi nei quali, giro nei negozi di dischi alla ricerca di…qualsiasi cosa abbia attinenza con il mondo che ho appena conosciuto. Arriva il solito cugino dell’amico di ascolti. Quei cugini che abitano a Roma e che girano per i negozi “importanti”. Mi regala una cassetta Sony Hf-Es da 90 minuti. Sul nastro la registrazione del disco degli Who: “Tommy”. Nei minuti che avanzano, qualche brano dei Talking Heads e “Rosalita…” di Springsteen. Al momento non dispongo di tanti vinili e cassette ed ogni cosa che riesco ad avere, la studio con attenzione. Ma quel disco no. Quel disco mi ipnotizza. Riesco ad ascoltarlo per intero, anche tre volte al giorno, come una medicina necessaria. Non posso ascoltare solo qualche brano, sarebbe inconcepibile, per me le due side della cassetta sono una cosa indissolubile ed unica. Ho appena finito la scuola ed ho il tempo che mi serve. Nel mio appartamento c’è un ripostiglio di un metro per un metro, dove ci vanno a malapena le scope ed una scarpiere. Mamma lo usa anche per me i prodotti per la pulizia della casa. Ci sono dei fustini di detersivo per lavatrice. Sono ossessionato da Tommy. Prendo le casse dello stesso, allungo i fili e ficco le casse nel ripostiglio. Quindi, mi chiudo in quel buco e mi siedo sul fustino del Dash. Riesco a stare novanta minuti ad ascoltare quella musica ( C’ho il mangia cassette con l’auto -reverse). Nella ristrettezza del locale, l’aria inizia a scarseggiare e rimane solo il profumo del detersivo . Sono in uno stato che rasenta l’asfissia, trasformandosi in una specie di trance sciamanica. Sono pochi i dischi che riesco a concepire come ho fatto per “Tommy”. Potrei citare “Hooker’n’heat”, “The wall”, lo stesso “Quadrophenia”, ma L’opera degli Who con il mago del flipper rimane la musica del Dash. C’è una nota stonata a questa storia. Nella mia versione in cd, acquistata qualche anno fa, ho notato delle variazioni sul remastering: su “Eyesight to the blind”, l’attacco di Daltrey viene fatto un’ottava sopra rispetto all’attacco sul vinile. Particolari irrilevanti o differenze traumatiche, per uno che si era chiuso in un ripostiglio?

Come sopravvivere al ventennio senza scatenare una guerra mondiale

G li ultimi vent’anni sono stati quelli della famiglia, del fallimento della mia vita lavorativa, delle soddisfazioni sportive, degli in...